Differenze tra le versioni di "Un'alternativa c'è sempre"

Da LibreItalia Wiki.
(Il software libero non è gratis e quindi tanto vale utilizzare software proprietario perché garantisce supporto)
(Esperienze, storie e altre cose interessanti: aggiunta prima versione di LibreUmbria, LibreDifesa e LiMux)
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Come è accaduto a moltissimi altri, il software libero mi ha altresì permesso di incontrare idee e persone bellissime.
 
Come è accaduto a moltissimi altri, il software libero mi ha altresì permesso di incontrare idee e persone bellissime.
  
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=== LibreUmbria ===
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La Regione Umbria è stata la prima tra le Pubbliche Amministrazioni Italiane a muoversi, iniziando un progetto di migrazione molto complesso che è partito dai dipendenti della Provincia di Perugia e coinvolgerà nel corso di un triennio l'Azienda Sanitaria Locale e la stessa regione, passando anche per le scuole. Il progetto - battezzato LibreUmbria - è cominciato nella primavera del 2012, e dopo una serie di riunioni durante l'estate è passato a una fase operativa nel mese di novembre con il corso di formazione per il gruppo dei formatori e dei tecnici per il supporto degli utenti. La mossa decisiva, in ogni caso, è stata quella della creazione di un [http://www.libreumbria.it sito] che è diventato il fulcro della comunicazione, ed è stato alimentato con tutti i documenti relativi al progetto stesso. In questo modo, la resistenza al cambiamento, che si è rivelato lo scoglio più difficile da superare nel caso delle migrazioni – i principali problemi, infatti, sono di carattere psicologico e non tecnico – è stato affrontato prima ancora che nascesse.
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Oggi, i dipendenti della Provincia di Perugia chiedono di passare a LibreOffice sulla scorta dell'esperienza dei loro colleghi, che danno un giudizio molto positivo della suite di produttività, con la quale riescono a fare più cose e in modo più rapido ed efficiente rispetto al passato.
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Un esempio di come la seconda libertà del software libero (“Libertà di studiare come funziona il programma e modificarlo in modo da adattarlo alle proprie necessità”) abbia permesso di migliorare la vita quotidiana degli utilizzatori è stato lo sviluppo di una macro per la firma digitale dei documenti con il software Dike (Digital Key) distribuito da Infocert S.p.A. La macro, sviluppata nell'ambito del progetto LibreUmbria e resa disponibile come estensione liberamente scaricabile dal portale LibreOffice Extensions, semplifica il workflow necessario per esportare in pdf, firmare e rendere disponibile all'utente il documento nel formato p7m.
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Sotto il profilo dei costi, la migrazione a LibreOffice della Provincia di Perugia si è tradotta in un risparmio di circa 228.000 euro, ovvero la differenza tra la cifra di 284.000 euro, necessari per l'aggiornamento delle licenze di Microsoft Office alla versione 2013, e quella di 56.000 euro investiti nelle attività di formazione e nella preparazione dei tecnici per il supporto [http://www.agendadigitale.eu/egov/508_il-software-libero-si-fa-strada-tra-le-pa-locali.htm].
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La storia e le esperienze scaturite sono raccolte in una [http://www.libreumbria.it/e-book-un-viaggio-chiamato-libreumbria/ pubblicazione digitale] a cui hanno contribuito diversi partecipanti al progetto.
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Il progetto si è articolato in 6 fasi, che sono state in seguito consolidate nel documento di migrazione reso disponibile da TDF [https://www.documentfoundation.org/assets/Certification/tdf-migrationprotocol.pdf] (in italiano ben spiegato [https://www.slideshare.net/italovignoli/tdf-whitepapermigrazione-48007285 qui]):
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#analizzare: per facilitare l'analisi della situazione preesistente la migrazione in altre realtà il progetto ha reso disponibili i moduli utilizzati per raccogliere informazioni su modelli, macro, interazioni con altri software, esigenze degli utenti
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#comunicare: con tutti i soggetti coinvolti nella migrazione, utenti ma anche manager; spiegando le modalità di attuazione del progetto, i tempi e le persone coinvolte, evidenziando i vantaggi di tale operazione in termini di qualità ed efficienza nel lavoro; motivando le persone. Il protocollo di migrazione della TDF suggerisce di strutturare il piano di comunicazione tenendo conto delle diverse tipologie di persone, raggruppate in base alla loro predisposizione al cambiamento: innovatori, ''early adopter'' (sono i tipici ''opninion leader''), ''early majority'', ''late majority'' e conservatori: per gestire bene il cambiamento è molto importante comprendere la dinamica che esiste tra questi gruppi e creare un piano di comunicazione che prima di concentrarsi sugli scettici e i critici ottenga il consenso dei suoi alleati naturali.
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#formare: possibilmente costituendo un gruppo di formatori interni tra gli utenti 'avanzati' che diventano così a loro volta promotori del cambiamento e contribuiscono ad assicurare agli altri assistenza nella fase post-migrazione; inoltre un formatore interno, conoscendo la realtà dell'Ente, è in grado di sviluppare la propria lezione in base alle esigenze lavorative specifiche dei colleghi, tenendo più alta l'attenzione della classe e migliorando il rapporto di fiducia con l'utente finale
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#installare: ad opera di un gruppo di tecnici preparati, garantendo: uniformità delle installazioni e della configurazione del software (in particolare le impostazioni relative al formato di salvataggio dei file e l'uso della directory predefinita per i salvataggi e per i modelli). Sono fortemente consigliate modalità di installazione e aggiornamento centralizzato mediante applicazione di policy di rete. L'installazione deve avvenire solo dopo aver formato l'utente!
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#assistere: attraverso un modello di supporto strutturato all'interno dei singoli enti coinvolti, formato da:
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##referenti del sistema informativo dell'Ente, con attività di supervisione circa l'andamento della migrazione;
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##utenti addetti all'assistenza tecnica (opportunamente formati);
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##utenti appartenenti al gruppo di lavoro operativo dell'Ente;
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##utenti tecnologicamente avanzati, che potranno fornire un primo supporto ai colleghi, nell'ambito delle proprie unità organizzative di appartenenza
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#monitorare e condividere: tenendo sotto controllo in itinere ed ex-post i seguenti indicatori:
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##percentuale degli utenti migrati (numero utenti migrati/totale utenti)
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##percentuale di modelli migrati (numero di modelli migrati/totale dei modelli)
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##eventuali criticità evidenziate, azioni intraprese e soluzioni adottate o in corso di adozione.
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::I dati rilevati dovranno essere oggetto di attente analisi da parte del gruppo di coordinamento, che potrà apportare tempestive azioni correttive ad eventuali rischi, e resi disponibili pubblicamente sul sito del progetto e sui social network (intranet, sito/blog, pagina Google+, gruppo LinkedIn, ecc.), in maniera tale da condividere con un ampio bacino di utenti i risultati attesi durante tutte le fasi della sua realizzazione. Ciò fa sentire tutti parte di un progetto ben organizzato e non estemporaneo ed è fonte di preziosa motivazione (fattore umano). La motivazione delle persone è una delle migliori garanzie per la riuscita del progetto.
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=== LibreDifesa ===
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Questa storia è ben raccontata [http://www.techeconomy.it/2016/04/28/difesa-risparmia-milioni-euro-con-software-libero-parla-generale-sileo/ qui].
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=== LiMux ===
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All'estero la migrazione più significativa verso sistemi Open Source è forse quella che ha affrontato la Pubblica Amministrazione della città di Monaco di Baviera nel decennio 2003-2013: sono state migrate 15000 postazioni di lavoro coinvolgendo 33000 impiegati, di cui 1000 nello staff IT, e 22 dipartimenti.
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Lo svolgimento del progetto e i risultati raggiunti sono ben raccontati in [https://joinup.ec.europa.eu/community/osor/case/limux-it-evolution-open-source-success-story-never].
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L'esperienza della città di Monaco è significativa perché ha affrontato una realtà molto complessa, è stata forse la prima migrazione di questa dimensione verso sistemi completamente Open Source e ha coinvolto successive amministrazioni nell'arco temporale di una decade. Nel 2002 la comunità Open Source era molto differente da quella che troviamo oggi e non erano disponibili soluzioni confrontabili  di livello enterprise. La decisione di migrare tutti i desktop da Windows a Linux implicava la necessità di migrare il software di produttività da MS Office a LibreOffice e adottare il formato libero ODF.
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Nel 2004, di fronte ad alcune obiezioni riguardo al rischio che il progetto potesse violare una serie di brevetti nel caso l'Unione Europea avesse approvato la legge sui brevetti software, ci fu una sospensione e venne commissionato uno studio legale. Lo studio venne condotto da Bernhard Frohwitter, un noto esperto di proprietà intellettuale, insieme ad altri componenti degli studi legali di Monaco. Le conclusioni dello studio  sono servite a spianare la strada a molti altri progetti di questo tipo poiché, in estrema sintesi, dicono che i brevetti software costituiscono un basso fattore di rischio per i progetti Open Source.
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Nel 2002 il quadro IT dei sistemi della città di Monaco era molto eterogeneo. Più di 16000 utenti lavoravano con Microsoft NT e varie versioni di Microsoft Office. Esistevano 340 processi amministrativi specifici, la metà dei quali basata su mainframe. Inoltre sui vari desktop erano installati più di 300 prodotti software diversi. I servizi di condivisione di file erano in parte basati su Netware e in parte specifici dei domini NT.
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Il progetto originariamente scelse Debian come distribuzione Linux da cui derivare la personalizzazione desiderata, per la sua indipendenza da specifiche aziende. Successivamente si decise di passare a Ubuntu per usufruire di rilasci e di un ciclo di supporto prevedibili e di una selezione più aggiornata di pacchetti software. Inoltre, Ubuntu supportava hardware più recente. Come desktop venne scelto KDE per la sua qualità e l'aspetto classico, con il software disponibile a partire dal tipico menù. Il software a corredo è ormai uno standard su tutte le piattaforme: browser web Firefox, client di posta Thunderbird, elaborazione di immagini con GIMP, lettore di PDF Acrobat/Adobe e OpenOffice, successivamente LibreOffice. Per la gestione di template, macro, form e documenti venne sviluppato un software centralizzato, noto come WollMux.
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Una grossa parte di lavoro fu necessaria per migrare verso una suite di ufficio libera. Infatti, quando si iniziò a analizzare la situazione esistente vennero scoperte via via interazioni tra Microsoft Office e software specifici di cui nessuno ricordava chi li avesse programmati e se fosse disponibile una descrizione del loro funzionamento. Il team arrivò a identificare 21000 template e 6000 macro sui 22 dipartimenti. Questi erano stati programmati in un arco temporale di diversi anni, in differenti linguaggi di programmazione, da persone diverse con competenze differenti. Molto spesso gli sviluppatori originali non erano più disponibili.
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Il team fu obbligato a sistematizzare e consolidare il tutto, lavorando con l'obiettivo di ridurre gli oggetti di office automation e centralizzare i processi ove possibile. Alla fine del lavoro si arrivò ad avere 12000 template, 38 nuovi processi web based e 30 macro organizzate in un repository centralizzato, sottoposte a controllo di qualità, testate e documentate. L'obiettivo venne raggiunto attraverso l'adozione di un percorso in sei passi:
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#identificare e contare gli oggetti di office automation da migrare: macro, template e form
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#eliminare i doppioni
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#migrare gli oggetti restanti al nuovo software di produttività. In questa fase fu considerato cruciale per il successo della migrazione il feedback ottenuto da coloro che lavoravano quotidianamente con i flussi documentali e impostare un controllo di qualità indipendente.
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#Venne scelta una strategia di migrazione 'soft', sostituendo in tempi diversi il software d'ufficio e il sistema operativo;
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#inoltre, venne individuato come fattore chiave di successo sia da un punto di vista tecnologico che sociale e motivazionale la relazione diretta con gli impiegati che usavano i nuovi desktop. Si stabilì quindi di seguire una strategia a 'palla di neve' che permettesse di convincere i dipendenti scettici: venne identificato un piccolo ufficio con un workflow chiaro, unidimensionale e pochi processi amministrativi.
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#I nuovi desktop vennero quindi installati in blocchi separati. Prima l'ufficio identificato e successivamente gli altri uffici con workflow simili. I primi impiegati a utilizzare i nuovi sistemi divennero così delle 'cellule germinali' per la raccolta di esperienze ed esempio (possibilmente positivo) per gli altri colleghi. L'obiettivo era far crescere la migrazione come una palla di neve, in tal modo creando via via maggiore consenso.
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La strategia a palla di neve ricorda le considerazioni sulle differenti tipologie di utente e sul loro impatto nel cambiamento menzionate nel documento di migrazione della TDF [https://www.slideshare.net/italovignoli/tdf-whitepapermigrazione-48007285] e l'importanza del fattore umano nella riuscita di un progetto di migrazione.
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Benché i processi al contorno della migrazione (la revisione del sistema di approvvigionamento, il training necessario per il personale di supporto e per gli impiegati, la necessità di sistematizzare l'intero ambito IT e supervisionare la migrazione) abbiano richiesto più tempo di quanto inizialmente stimato (la previsione iniziale era terminare nel 2008, poi esteso al 2011 e infine l'obiettivo fu raggiunto solo nel 2013) Peter Hofmann, leader del progetto, dichiara che venne fatta una scelta consapevole di standardizzare i processi per cogliere l'infrastruttura e i requisiti necessari a ogni dipartimento, nonché per le fasi di test e gestione delle release a discapito di aggiungere alcuni anni alla data di completamento del progetto. In qualche modo la natura del progetto è cambiata nel tempo: non si trattava più soltanto di migrare dei desktop ma di sistematizzare l'intera infrastruttura IT e il modo in cui era gestita, secondo il motto del progetto: “Quality over time”. Sempre secondo Hofmann il ritmo di migrazione lento ma costante, in parallelo con lo sviluppo del client LiMux, è una delle ragioni per cui il progetto è rimasto all'interno del budget.
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Oggi il progetto consiste di quattro componenti tecniche principali:
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*un client Linux con sistemi di ''automated deployment'' e ''configuration management''
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*software di ufficio adattato per il lavoro in team
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*un gestore di template e form (WollMux)
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*le componenti server necessarie ai primi tre item.
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Scegliendo di passare a Limux e LibreOffice è stato possibile prolungare il ciclo di vita dei vecchi PC rispetto a quanto sarebbe stato possibile se si fosse migrato a versioni recenti di Microsoft Office e Windows 7 con un risparmio considerevole.
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Nonostante l'amministrazione dichiari di aver risparmiato più di 10 milioni di euro con la migrazione all'Open Source, il costo non è mai stato la motivazione primaria del progetto, anche perché questo dato si presta a essere calcolato in modi differenti da analisi differenti e – osserva Hofmann – è stato la causa del fallimento di molti progetti nel momento in cui l'organizzazione ha avuto a disposizione un budget maggiore o qualche analista abbia dichiarato che i “costi erano sbagliati”. Invece la motivazione primaria della città di Monaco è stata diventare indipendenti e acquisire il pieno governo dell'infrastruttura IT.
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La municipalità ha realizzato:
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*un livello straordinario di indipendenza dai fornitori
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*indipendenza nel sistema operativo
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*pieno uso degli standard come pratica abituale
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*un livello molto elevato di sicurezza IT
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*nessuna interruzione di servizi e processi su un periodo di migrazione di diversi anni
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*LibreOffice installato su più di 15.000 desktop, incluse alcune macchine Windows
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*i cosiddetti office objects sono stati ridotti del 40% (di cui le macro ridotte al 20% della quantità originaria) e sono stati tutti consolidati in soluzioni web gestite dal software Wollmux
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*sono stati introdotti con successo organizzazione, project management, testing, release e configuration management, automazione dei rilasci e delle installazioni, servizi centralizzati.
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[[http://www.wollmux.net/wiki/Main_Page WollMux], estensione per semplificare la gestione di template, è rilasciato come software Open Source in modo che altre pubbliche amministrazioni e aziende lo possano utilizzare. Lo stesso dicasi del client LiMux.
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Nel rapporto finale i responsabili del progetto evidenziano 8 punti che sono cruciali per migrazioni di questa portata; li riassumiamo nel seguito:
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*'''Supporto politico'''. È fondamentale per riuscire a fronteggiare le lobby e gestire i conflitti senza arrivare alla cancellazione del progetto.
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*'''La migrazione è un lungo processo''' e non si fa in un sol colpo.
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*'''Lo staff è importante'''. La motivazione è cruciale sia per lo staff IT che per gli utenti e necessita attenzione e organizzazione. Le persone coinvolte devono avere la sensazione che il progetto intende migliorare e facilitare il loro lavoro quotidiano.
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*'''Rispettare tutti i livelli organizzativi'''. I leader a tutti i livelli sono importanti per la riuscita del progetto poiché hanno un impatto sulla motivazione degli utenti prima e durante la migrazione.
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*'''Non sempre si può pianificare in anticipo''', specie in progetti come questo. I primi passi devono essere contare, identificare e strutturare il paesaggio IT esistente. Nel caso della città di Monaco, per la prima volta gli amministratori potevano conoscere esattamente per ogni programma in esecuzione dove girava, chi lo aveva realizzato, quando e perché, non per una questione di controllo ma per ragioni organizzative e di assicurare la qualità.
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*'''Attenzione alle situazioni eterogenee''' da un punto di vista IT. Sono molto più complesse in termini di amministrazione e migrazione.
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*'''La gestione professionale''' di requisiti, test, rilasci e gestione delle patch è fondamentale.
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*'''Mantenere lo staff motivato è un fattore chiave'''.
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Un'altra caratteristica importante del progetto è la scelta di gestire il supporto al client LiMux collaborando attivamente con le comunità che supportano Ubuntu, KDE, LibreOffice. Questa modalità viene riconosciuta come efficace per influenzare lo sviluppo del software e risolvere eventuali problemi specifici.
  
  
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== Bibliografia ragionata per approfondire ==
 
== Bibliografia ragionata per approfondire ==

Versione delle 08:06, 6 mar 2017

Omnis enim res, quae dando non deficit, dum habetur et non datur
(Infatti, una cosa che non si consuma quando viene condivisa con altri, non è usata bene se chi la possiede non la condivide.)
Agostino d'Ippona, 397 d.C.


La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche avere un'opinione,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.
Giorgio Gaber, La libertà


Patents often represent privatization of a
public resource, of ideas that are largely
based on publicy funded research. They
create monopoly power and interfere with
[market] short run efficiency. Market
economies only lead to efficient outcomes
when there is competition, and intellectual
property rights undermine the very basis of
competition
Joseph Stiglitz - Nobel Prize for Economics 2001


Il mio lavoro sul software libero è motivato da un obiettivo idealistico: Diffondere libertà e cooperazione.
Voglio incoraggiare la diffusione del software libero, rimpiazzando i programmi proprietari
che proibiscono la cooperazione, e quindi rendere la nostra società migliore.
Questa è la ragione fondamentale per cui la GNU General Public License è stata scritta così com'è - come copyleft
Richard M. Stallman


Indice

Obiettivi

Questo lavoro nasce da alcune conversazioni sulla lista soci di LibreItalia con l'intento di essere un piccolo riferimento da utilizzare nelle presentazioni e far leggere ad amici, colleghi, persone che lavorano in piccole aziende, in Pubbliche Amministrazioni, a insegnanti, dirigenti scolastici, studenti di vari ordini e grado, professionisti, giornalisti, politici, ...

L'intento è stato quello di produrre un testo semplice e chiaro, che possa essere un riferimento per chi non conosce il software libero e ci si vuole avvicinare; un testo divulgativo ma serio, con delle schede che aiutino nella scelta del software più adatto a risolvere specifiche esigenze, dei racconti che mostrino che il passaggio al software libero è possibile e che, anzi, esso può essere la prima risposta, una bibliografia ragionata per approfondire. Naturalmente la letteratura disponibile è enorme e si possono trovare ottimi testi con una ricerca su Google, tuttavia chi non è addetto ai lavori rischia di rimanere sommerso dai risultati e magari perdere qualche pezzo, o addirittura finire su informazioni tendenziose.

Il primo target è chi non conosce il software libero: speriamo che le considerazioni che faremo e i valori etici e di sostenibilità possano avvicinare altre persone a questo mondo. Tuttavia crediamo che ne possa beneficiare anche chi il software libero lo conosce già. Per citare la mia esperienza, conosco e uso il software libero da diversi anni, tuttavia continuo a scoprire che ci sono degli argomenti forti e chiari che talvolta, preso da considerazioni tecniche, o proprio perché sono un tecnico e non uno specialista della comunicazione, mi dimentico di evidenziare. Specialmente quando, nelle varie circostanze in cui si ha l'occasione di parlare di questo argomento, si ha poco tempo a disposizione e occorre attrarre l'interesse e toccare punti importanti per l'interlocutore che diano a lui lo stimolo ad approfondire e interessarsi.

Introduzione

Cos'è il software libero

Il software è ciò che permette a un computer di assolvere a un determinato compito. È ciò che rende un insieme di componenti elettronici (ciò che gli anglosassoni chiamano hardware ovvero ferraglia) uno strumento adattabile, capace di rispondere alle nostre esigenze.

Il software rappresenta la logica che permette di risolvere un dato problema, in termini più generali possiamo dire che esso costituisce una possibile rappresentazione della conoscenza necessaria a svolgere determinate funzioni.

Il software libero è software che, indipendentemente dalla sua funzione, ha alcune importanti caratteristiche; esse hanno delle conseguenze sull’uso che potremo fare del software e sul tipo di società in cui potrà essere usato.

Tipicamente, quando si inizia a utilizzare un software, viene richiesto all'utente di accettare un contratto vincolante rispetto all'uso che può esserne fatto. Nel caso di molti software commerciali ci viene chiesto di accettare una licenza d'uso che specifica che il software non è nostro (ma che sostanzialmente ce ne viene consentito l'utilizzo a determinate condizioni), che non lo possiamo studiare né modificare e non lo possiamo distribuire a terzi. Al contrario, nel caso di software libero, la licenza ha lo scopo di preservare la libertà dell'utilizzatore del software e salvaguardare la possibilità che la conoscenza rappresentata da quel software possa continuare a circolare liberamente.

Poter eseguire il programma per qualsiasi scopo è la prima libertà che definisce il software libero.

Il software viene generalmente distribuito in un formato comprensibile al computer, cioè in formato binario. Ciò che noi esseri umani riusciamo a manipolare e comprendere più facilmente è tuttavia la rappresentazione del software in termini di quello che viene chiamato codice sorgente (poiché è il linguaggio usato per scrivere il software) ovvero la rappresentazione di quella conoscenza in uno pseudo linguaggio intelligibile. Il software governa il funzionamento del computer e determina quali azioni e quali risposte esso produrrà, quale uso verrà fatto delle informazioni che introdurremo nel computer. Per esempio: siamo sicuri che un dato software gestisca in modo appropriato (in termini di sicurezza e di privacy) i dati che gli affidiamo?

Poter studiare il software che fa funzionare un dispositivo significa avere il controllo dello strumento: sapere cosa fa e come lo fa. Non avere accesso al software significa essere in balìa del programmatore o della società che lo ha prodotto. Per esempio: siamo sicuri che il software che stiamo utilizzando non si comporti in modi che diminuiscono la nostra libertà di azione con lo scopo di favorire interessi che non sono i nostri? Stiamo parlando qui della seconda caratteristica che caratterizza il software libero.

Avere la possibilità di conoscere il software significa anche poter intervenire su di esso per fare in modo che risponda meglio alle nostre esigenze oppure poter ri-utilizzare tale conoscenza per realizzare qualcosa di più complesso (o semplicemente differente) e innovativo.

La condizione necessaria per poter studiare il software e poterlo modificare è la disponibilità del codice sorgente: ecco perché il software libero è anche definito come software Open Source ovvero a codice sorgente aperto.

Queste tre condizioni non sono ancora sufficienti per poter parlare di software libero: occorre poter condividere il software o le sue successive elaborazioni con altri, in modo da poter beneficiare l’intera comunità con il nostro lavoro. È quanto accadeva nelle università nei primi anni in cui si lavorava con i computer ed è ciò che accade di nuovo sempre di più oggi, nel momento in cui si inizia a comprendere che la collaborazione è fruttuosa (vedi gli studi condotti dalle aziende NorthBridge e BlackDuck sulla base di un survey sottoposto ogni anno ai professionisti del mondo IT: [1] e [2]).

La libertà di condividere il software o le sue successive modificazioni con altri vuol dire poter far circolare la conoscenza per aiutare altre persone a risolvere problemi simili. E, a ben rifletterci, non limita la possibilità di creare un mercato di servizi software.

Condividere la conoscenza significa, in termini più ampi, avere la possibilità di costruire una società libera e solidale, evolvere insieme, cooperare e ottimizzare l’uso dell’energia, fare un uso più sostenibile dei beni. Per tutti questi motivi, il significato del software libero è strettamente collegato alla sfera dell’etica.

Motivazioni per utilizzare software libero

Per tutti

  • Le quattro libertà: poter utilizzare liberamente il software, poterlo studiare, poterlo modificare e poterlo condividere con altri. Queste quattro libertà costituiscono la base per una società libera, in cui il software sia controllato (e quindi sia davvero al servizio) dall'utente e dalla società (in contrapposizione a essere controllato dai programmatori di specifiche aziende) e in cui sia possibile aiutare il prossimo e cooperare per il maggior bene di tutti.
  • Sicurezza: la disponibilità del codice sorgente permette di vedere cosa effettivamente il sw fa e come gestisce i dati. La cosiddetta 'peer review' (revisione da parte di altre persone che sanno leggere il software) fa sì che eventuali falle di sicurezza siano precocemente scoperte e corrette. Il vantaggio del sw libero da questo punto di vista è evidenziato dai dati raccolti nel database delle vulnerabilità del software, gestito dal NIST, National Institute of Standard and Technologies.
  • Interoperabilità: il sw libero generalmente rispetta gli standard ed è supportato su differenti piattaforme software e hardware perché non ha interesse nel creare dipendenze (lock-in) ma al contrario cerca di permettere al maggior numero di utenti di collaborare per migliorare la qualità del prodotto.
  • Sostenibilità, nella fattispecie sostenibilità digitale. La sostenibilità digitale si occupa di come nell'odierna società sia possibile interagire in modo etico e responsabile con i beni digitali. I beni digitali sono beni immateriali quali la conoscenza e gli artefatti culturali che, sotto forma di testi, immagini, audio, video o software, possono essere sviluppati, trasferiti o utilizzati mediante sistemi informatici. I beni digitali vengono amministrati in modo sostenibile se sono utili per la collettività in modo tale che i bisogni digitali delle generazioni presenti e di quelle future vengano soddisfatti in egual misura. L'utilità sociale ottimale risulta solo se i beni digitali vengono resi accessibili per la maggior parte delle persone e riutilizzabili minimizzando restrizioni di tipo tecnico, giuridico e sociale (fonte: Dr. Marcus Dapp).
  • Il software libero apre la mente a un sistema di possibilità (dall'intervento introduttivo di Stefano Epifani alla conferenza di LibreItalia del 2015):
    • ci ricorda che esiste sempre un'alternativa alla via più comune;
    • che questa alternativa è possibile cercarla (e trovarla), nutre la consapevolezza che cercare le alternative può avere successo;
    • ci ricorda che abbiamo la possibilità di comprendere qualcosa di diverso dal mainstream o opinione comune; gestire una migrazione al sw libero, perciò, significa portare delle persone a comprendere un'altra realtà, che un'altra realtà è possibile e magari auspicabile;
    • è la possibilità di avere ideali: libertà, apertura, che dimostriamo che è possibile costruire davvero; in questo senso rappresenta un'alternativa di realtà;
    • che è possibile collaborare: attraverso l'impegno comune si può realizzare qualcosa che va al di là dello sforzo individuale, pur non perdendo l'individualità; le identità dei singoli si valorizzano crescendo insieme; la crescita collettiva è una risorsa; lavorare sul software libero è ben altro che lavorare su un prodotto.
  • Le comunità di software libero si basano su principi così forti da poter rappresentare un punto di ripartenza per la società civile che aiuti la società a restare libera.

Per la scuola (quali principi stiamo passando?)

  • Un insegnante che non usa sw libero nella scuola non è un buon insegnante e commette un reato, in quanto non rispetta un diritto sancito dalla Costituzione (la scuola è neutrale ed aperta a tutti). [3], [4], sintetizzati in [5]
  • Una scuola non è veramente imparziale se non usa metodologie e strumenti a disposizione di tutti, così vale per il software. Il riferimento a un’azienda non è né imparziale né equo. Qualcosa di proprietario è illegale nella scuola. In quanto non può essere messo a disposizione di tutti.
  • Le scuole dovrebbero creare cittadini in grado di costruire una società capace, indipendente, cooperante e libera. Insegnare programmi proprietari significa impiantare dipendenza, contrastando la missione sociale della scuola.
  • Il software libero incoraggia l'apprendimento e premia la curiosità di conoscere, mentre il sw proprietario trasmette il messaggio: la conoscenza è un segreto, imparare è vietato! Il sw proprietario è nemico dello spirito dell'educazione e pertanto non dovrebbe essere tollerato nella scuola, eccetto come oggetto di reverse engineering.
  • Il compito fondamentale della scuola è insegnare la buona cittadinanza, inclusa l'abitudine di aiutare gli altri, Nell'area dell'informatica, ciò significa insegnare alle persone a condividere il software.
  • Disincentivo alla pirateria informatica.
  • La circolazione della conoscenza, una delle basi dell'Open Source, è sempre stata importante nella storia della cultura.
  • Il software libero aiuta la didattica dell'uso del computer:
    • ci sono ottime applicazioni realizzate appositamente per favorire la didattica sia di argomenti particolari che l'uso stesso del computer;
    • l'ampia varietà di software libero disponibile per assolvere svariati compiti favorisce insegnare i concetti generali. Una conseguenza di ciò è che gli studenti che studiano sul Software Libero sono in grado di utilizzare un numero maggiore di programmi nel mondo del lavoro e di fronteggiare meglio le sfide tecnologiche del futuro agendo da persone colte e preparate, invece che da meri utilizzatori o consumatori dell'ultimo gadget tecnologico.
  • Il software libero è promosso dall'UNESCO per le sue caratteristiche atte a favorire la libera circolazione della conoscenza e l'innovazione [6]

Per la Pubblica amministrazione

  • Per quanto riguarda il software, il denaro pubblico dovrebbe finanziare esclusivamente software pubblico. Il software utilizzato dalle istituzioni pubbliche viene sviluppato, acquisito, distribuito con i soldi provenienti dalle tasse, quindi rendere tale software disponibile ai cittadini mediante una licenza libera è la cosa giusta da fare.
  • Salvaguardare gli investimenti. Il software libero rispetta gli standard e garantisce l'accesso alla conoscenza e ai dati che gestisce nel tempo.
  • Trasparenza, possibilità di conoscere in che modo il sw maneggia i dati che gestisce. Esistono direttive e raccomandazioni specifiche del Parlamento Europeo in tal senso a partire dal 2014.
  • Le pubbliche amministrazioni quando acquisiscono programmi informatici devono effettuare una valutazione comparativa e preferire soluzioni sw Open Source; inoltre, dovrebbero rendere disponibili i dati in un formato aperto [Articolo 68 del Codice per l'Amministrazione Digitale (si può ancora citare così?)].
  • Evitare la dipendenza da fornitori e software specifici.
  • Non imporre vincoli e oneri al cittadino.
  • Possibilità di distribuire il software a terzi, ad esempio: il cittadino, e di effettuare personalizzazioni.
  • Investire sul territorio. Ciò generalmente si sposa con la filosofia del Software libero che permette ad aziende locali di offrire servizi di supporto, personalizzazione, formazione.
  • Risparmiare denaro pubblico attraverso riduzione dei costi, compresi quelli di interoperabilità e sicurezza (vulnerabilità).
  • Possibilità di ottimizzare tempo e risorse finanziarie attraverso la condivisione e il riuso, creando sinergie con associazioni, comunità, altri enti e altre PA.
  • Migrare al sw libero costituisce l'opportunità di ottimizzare i processi, fare formazione, creare personalizzazioni, migliorare la qualità del lavoro.

Per le aziende

  • Vantaggio competitivo ottenuto 'costruendo sulle spalle di giganti'.
  • Possibilità di innovazione grazie alla possibilità di combinare, modificare, personalizzare il sw: la possibilità di riuso permette di concentrare gli interventi su aspetti innovativi = opportunità di business.
  • Maggiore disponibilità di risorse formate. Formazione delle risorse umane su prodotti disponibili, condivisibili, adattabili, modulari. Investimento sulle persone e sulla conoscenza (riutilizzabili in differenti contesti) piuttosto che sui costi di licenza del sw.
  • Maggiore interoperabilità = maggiore compatibilità con piattaforme hardware e software = maggiore possibilità di distribuzione.
  • Vantaggio competitivo dovuto alla maggiore velocità con cui il sw evolve: secondo studi accademici la velocità con la quale i progetti open Source correggono i difetti e aggiungono nuove caratteristiche è superiore rispetto ai progetti proprietari. [Paulson, Succi, Eberlein, "An Empirical Study of Open Source and Closed Source Software Products", IEEE Transactions on Software Engineering, vol. 30, issue 4, 2004], [Daffara, "Estimating the economic contribution of OS Software to the European economy", First Openforum Academy Conference Proceedings, 2012]
  • Prodotti maggiormente testati e rispondenti ai più elevati standard qualitativi. Nel 2013 la qualità dei progetti Open Source ha sorpassato quella dei progetti proprietari, a tutti i livelli. [2013 Open Source Report a cura di Coverity Scan]. Le aziende che scelgono l'Open Source, nell'80% dei casi, hanno come ragione primaria proprio la qualità/sicurezza del codice. [“2014 Future of Open Source Survey Result” a cura di Black Duck e North Bridge]
  • Creare sin dal principio codice pulito, poiché pubblico (un altro beneficio della peer review).
  • In passato, quando differenti aziende necessitavano di una stessa funzionalità software le scelte erano: realizzarla da zero, usare un prodotto di un altro venditore o formare un consorzio per creare e mantenere il prodotto. Il codice Open Source semplifica questo processo abilitando la collaborazione tra aziende concorrenti, consentendo un risparmio di tempo e denaro che può essere utilizzato a favore di progetti che permettono loro di differenziarsi. Partecipando allo sviluppo di progetti Open Source le aziende possono influenzare l'evoluzione del software e creare relazioni con altri sviluppatori.
  • Sicurezza strategica: basare il proprio prodotto su codice a sorgente aperto può far la differenza per convincere il cliente, che potrebbe altrimenti essere preoccupato delle risorse finanziarie o dell'impegno a lungo termine dell'azienda nei confronti di una determinata tecnologia.
  • Utilizzare soluzioni standard ai problemi, rinforzando di conseguenza le pratiche organizzative delle imprese, evitando loro sperimentazioni non necessarie e riducendo il tempo necessario a nuovi sviluppatori per entrare in un progetto.
  • Accelerare il business facilitando un'adozione ampia delle soluzioni sviluppate con costi minimi.
  • Personale più motivato grazie al riconoscimento da parte dei loro pari.
  • Salvaguardia degli investimenti. Conviene investire su strumenti su cui è possibile esercitare un controllo e che abbiano, essendo condivisi, maggiori possibilità di essere sostenuti e portati avanti dalla comunità dei loro utilizzatori (che comprende anche altre aziende).

Per le associazioni no profit

  • Riduzione dei costi
  • Partecipazione ai valori di cooperazione, condivisione e crescita di un bene comune che caratterizzano il software libero.

Per gli studenti

  • Poter conoscere a fondo gli strumenti che utilizza.
  • Poterli utilizzare liberamente come base per sperimentare nuove idee.
  • Poter acquisire l'esperienza di collaborare a grandi progetti e di scrivere buon codice.
  • Avere a disposizione bacini di conoscenza liberamente disponibili.
  • Dotarsi di strumenti ampiamente utilizzabili è il migliore investimento per il proprio futuro professionale.

Per i professionisti

  • Investire il proprio tempo ed energie su strumenti che garantiscano la più ampia possibilità di adozione, che siano ampiamente conosciuti nelle più diverse realtà, che permettano il maggior riutilizzo di componenti e di conoscenza.

Per l'utente generico

  • Non spendere in licenze.
  • Avvalersi di risorse pubblicamente disponibili.
  • Rimanere proprietario dei propri dati.
  • Poter scambiare facilmente esperienze, sw e dati con altre persone.

Miti del software libero

Riassumiamo qui i principali miti e fraintendimenti che riguardano il software libero. I punti qui menzionati devono essere chiari a coloro che decidono di adottare software di questo tipo poiché permettono di approcciarsi nel modo corretto evitando di formarsi false aspettative e sottovalutando importanti considerazioni operative.

Il software libero è gratis

Questo è mito è falso per almeno due ragioni.

La prima è che il significato della parola 'free' nella lingua inglese è ambiguo e fa riferimento tanto al concetto di libertà (ad esempio nella locuzione 'free speech') quanto al concetto di costo (come in 'free beer'). Le quattro libertà del software libero garantiscono il primo mentre non dicono nulla sul secondo, anzi, il fatto che un software libero possa essere anche venduto è previsto in quanto dà la possibilità di sostenere il progetto.

La seconda ragione è che, nonostante il software libero sia pubblicamente disponibile, quando si fa una valutazione comparativa occorre sempre considerare quello che gli anglosassoni definiscono TCO ovvero Total Cost of Ownership, vale a dire che occorre considerare tutti i costi connessi alla sua adozione. Tali costi tipicamente comprendono:

  1. costi di formazione degli utenti
  2. costi di installazione
  3. costi di adattamento dell'ambiente operativo, inclusi eventuali altri software che interagiscono con quello che viene sostituito
  4. costi di supporto
  5. nel caso di migrazione da sw proprietario a sw libero da parte di enti pubblici occorre aggiungere:
    1. costi di analisi della situazione prima della migrazione
    2. costi di comunicazione necessaria per informare, coinvolgere e vincere la naturale resistenza degli utenti al cambiamento
    3. costi necessari per formare gli specialisti di terzo livello in grado di intervenire sul codice del progetto per realizzare personalizzazioni o correggere eventuali bug bloccanti. In progetti di migrazione importanti realizzati all'interno della pubblica amministrazione si suggerisce la costituzione di un Centro di Competenza sull'Open Source con lo scopo di sostenere gli enti del territorio nei progetti di migrazione, raccogliere competenze, fornire indicazioni e supporto nelle varie fasi, creare sinergie tra gli enti, mantenere i contatti con le varie community e con i professionisti del settore e fornire contributi anche tecnici.

Ciò che è importante sottolineare, d'altra parte, è la riqualificazione dei costi: l'adozione del software libero da parte di un ente pubblico, ad esempio, fa circolare il denaro localmente, generando lavoro e formazione, rendendo più ricco il territorio e stimolando l'innovazione. Anche in questo senso, i soldi risparmiati dall'acquisto delle licenze costituiscono un investimento a favore della comunità.

Il software libero non è gratis e quindi tanto vale utilizzare software proprietario perché garantisce supporto

Alcune volte si vedono fallire progetti di adozione del software libero perché non si è compreso qual è il modo corretto di relazionarsi con la comunità degli sviluppatori e utilizzatori del software. Ci sono realtà che hanno adottato un determinato software libero, hanno apportato personalizzazioni e/o correzioni ma non sono state capaci di relazionarsi con la 'governance' del progetto e ricondividere (tecnicamente si direbbe propagare upstream) il lavoro di miglioramento effettuato. Ciò può avvenire a volte per mancanza di comprensione delle dinamiche di funzionamento del software libero e delle licenze copyleft; altre volte, invece, può essere dovuto a incapacità tecnica di interagire nel modo corretto con la comunità che sviluppa quel software. Quando si verificano queste condizioni le realtà si ritrovano in una delle due situazioni (sgradevoli) seguenti:

  1. perdono la possibilità di effettuare aggiornamenti del software, poiché a ogni successivo aggiornamento il software originale e quello modificato vengono a differire sempre più, rendendo sempre più difficile e costoso re-integrare le modifiche
  2. avendo segnalato e richiesto una feature o la correzione di una particolare anomalia agli sviluppatori del progetto originale si ritrovano ad aspettare la successiva release e sperare che il loro intervento sia stato preso in considerazione; spesso rimangono delusi poiché le priorità di rilascio della comunità di sviluppatori del progetto originale possono essere differenti da quelle attese.

Per questo è importante comprendere che la condivisione è alla base dello sviluppo del software libero. Nel momento in cui una realtà importante sceglie di utilizzare questo tipo di software sta scegliendo di investire sulle persone e sta scegliendo di contribuire in qualche modo allo sviluppo di un certo progetto, mettendo a disposizione il lavoro di miglioramento del software, della sua documentazione, dell'infrastruttura che permette di realizzarlo e distribuirlo alla comunità. Poiché le comunità del software libero sono generalmente meritocratiche, inevitabilmente quella realtà sarà facilitata nel contribuire le proprie modifiche al software, per il maggior beneficio di tutti.

Restando comunque ai costi, al di là delle altre considerazioni fatte qui, alla fine il software libero si rivela essere fonte di risparmio per la collettività, come dimostrano casi di migrazioni importanti come quella condotta dal comune di Monaco di Baviera oppure quella in corso della Difesa italiana. Queste due storie, le loro motivazioni e benefici sono ben raccontate in altrettanti articoli citati più in basso nella sezione storie.

Dato che il software libero è gratis è un prodotto di serie B

La gratuità o, meglio, il fatto che il software venga reso disponibile con una licenza libera, non inficia la qualità del software anzi, come abbiamo visto nel capitolo sulle motivazioni per preferire software libero, la migliora. La disponibilità del codice sorgente e la modalità di sviluppo fortemente collaborativa contribuiscono a far sì che errori e falle di sicurezza vengano scoperti precocemente e a mantenere il codice 'pulito' ovvero modulare, facilmente mantenibile. È la ragione per la quale i progetti Open Source presentano mediamente un numero inferiore di difetti per linee di codice e sono soggetti a meno falle di sicurezza, come documentato da organismi indipendenti e ben spiegato da Italo Vignoli nel white paper [7].

D'altra parte, al lavoro di sviluppo contribuiscono non soltanto volontari ma anche (e talvolta soprattutto) professionisti pagati da aziende che costruiscono il loro business sui servizi di supporto e che quindi hanno interesse ad elevare la qualità del prodotto per allargare il loro mercato.

Gli utenti non percepiscono la differenza e si devono adattare a quello che l'Ente gli fornisce

Questa affermazione sottintende una scarsa considerazione degli utenti e delle loro potenzialità e anche del contesto lavorativo nel suo insieme. Le esperienze di migrazione a software libero dimostrano che: da una parte il più importante fattore di rischio è la resistenza al cambiamento degli utenti, che può tuttavia essere superata attraverso un adeguato piano di comunicazione e formazione

  1. spiegando in modo chiaro le motivazioni del progetto, compresi i benefici per la collettività e gli impatti sulla qualità del lavoro; spiegando come il progetto viene articolato, in tutte le sue fasi
  2. formando gli utenti (e il personale di supporto) all'uso del nuovo strumento che gli si chiede di adottare
  3. coinvolgendo tutti i soggetti interessati in modo attivo, attraverso incontri e partecipazione attraverso i social media.

In secondo luogo, tali esperienze evidenziano l'importanza di condurre un'approfondita indagine preliminare finalizzata a comprendere la tipologia dei dati utilizzati (nel caso di migrazioni a LibreOffice, ad esempio, la tipologia dei documenti), l'eventuale grado di interazione del software che si intende sostituire con applicazioni terze e i fabbisogni formativi degli utenti.

Scegliere il software libero significa anche scegliere di valorizzare i contributi di ciascuno, essere trasparenti nella gestione del progetto e disponibili ad accogliere le differenti esigenze.

Guida alla scelta

Esigenza: gestire una biblioteca di libri digitali (Dario)

Negli ultimi anni si vanno sempre più diffondendo gli e-book ovvero libri in formato digitale. Utilizzare libri in formato digitale permette da un lato di avere un impatto ecologico più leggero e dall’altra offre possibilità maggiori di ricercare, trasportare, tradurre e condividere i testi. Via via che i libri in formato digitale a nostra disposizione aumentano, sorge naturale l’esigenza di organizzarli, analogamente a quanto si farebbe con una biblioteca tradizionale.

Prima di presentare alcune soluzioni software e al fine di poter poi effettuare una comparazione ragionata, che tenga conto anche dei costi nascosti, dobbiamo fare una digressione sui formati standard per gli e-book e sul DRM (Digital Right Management).

Con DRM o Digital Right Management si intendono quei meccanismi messi in atto da costruttori di hardware e da distributori di contenuti digitali che ne limitano la fruizione con lo scopo di proteggere il diritto d’autore. Purtroppo tali meccanismi, apparentemente pensati per contrastare la pirateria informatica, si rivelano essere anche uno strumento utilizzato dalle aziende per influenzare l'utente a loro favore.

I DRM limitano la libertà dell’utente che ha acquistato il bene di poterlo utilizzare come vuole o di trasferirlo su dispositivi non compatibili con quei meccanismi di protezione. Ad esempio, un e-book protetto con Adobe DRM non potrà essere letto su un dispositivo Kindle, poiché questo non supporta quel meccanismo di protezione ma ne utilizza un altro specifico di Amazon. Allo stesso modo un e-book acquistato su Amazon non potrà essere letto su un e-reader di una marca differente. Ciò vincola l’utente che ha acquistato determinati contenuti digitali, forzandolo a preferire l’utilizzo di hardware venduto dalla stessa azienda che distribuisce quei contenuti, e viceversa.

Continuando con l’esempio, l’utente non ha la possibilità di riformattare il contenuto o riorganizzarlo in modo differente. Inoltre, una volta letto il libro, l’utente non ha generalmente la possibilità di prestarlo a un amico. Fanno eccezione le biblioteche che attraverso la rete MLOL (Media Library On Line) possono effettuare ai loro utenti il prestito di libri protetti da DRM, che però, come vedremo più sotto parlando di Adobe Digital Editions, potranno poi essere letti solo su determinate piattaforme.

Per tutte queste ragioni, in fase di acquisto di un bene digitale, occorre essere consapevoli se il bene è protetto da DRM e comprendere quali sono le conseguenze. Per approfondire, si veda [8].

Il progetto Calibre Open Books [9] nasce proprio con lo scopo di mantenere un catalogo di libri privi di DRM.

Il formato EPUB è il formato standard per i libri digitali e per questo motivo è supportato da quasi tutte le applicazioni di lettura e creazione di questo tipo di contenuti.

Come sempre avviene, il costo di scegliere un formato differente, magari supportato da un solo specifico venditore, è la negazione della libertà di scelta delle soluzioni; scegliere un formato standard dà la possibilità di usufruire nel modo più ampio degli strumenti e anche godere i benefici della concorrenza tra diversi fornitori, senza instaurare una dipendenza da uno di essi.

Una soluzione completa Open Source: Calibre

Si tratta di una soluzione software Open Source completa e matura per la gestione di testi in formato elettronico, realizzata da un piccolo gruppo di sviluppatori amanti della lettura proprio per prevenire la frammentazione e la monopolizzazione del mercato degli e-book e restituire agli utenti il controllo della propria libreria digitale. La comunità di Calibre, come tutte le comunità di software libero, è costituita anche da tester, bug reporter e traduttori che hanno permesso la diffusione di Calibre in oltre 200 nazioni. Il software ha compiuto nel 2016 dieci anni di vita.

Calibre attribuisce molta importanza ai metadati degli e-book ovvero a tutte quelle informazioni associate al testo che permettono di identificarlo, descriverlo e organizzarlo nella libreria. I metadati possono essere associati manualmente agli e-book oppure mediante ricerche web verso siti quali Google, ISBNdb o OpenLibrary. Grazie ai metadati associati ai libri in Calibre è possibile effettuare ricerche specifiche all’interno della libreria, organizzarla e anche creare delle librerie virtuali (dinamiche) che rappresentano il risultato di una determinata ricerca. Posso, ad esempio, creare condizioni anche complesse del tipo: libri che trattano un certo argomento pubblicati dopo una certa data con una valutazione maggiore a tre stelle.

Oltre a organizzare e ricercare libri all’interno della propria libreria, Calibre permette anche di visualizzare libri privi di DRM, trasferirli da o verso dispositivi di lettura, convertirli da un formato ad un altro. I convertitori di formato di Calibre sono generalmente piuttosto potenti. Inoltre, il software permette di programmare lo scaricamento di articoli da determinati siti web per creare e-book contenenti insiemi aggiornati di notizie da leggere successivamente quando si è offline.

Altra funzionalità è la possibilità di effettuare ricerche sui principali siti che distribuiscono e-book, sia liberi, come il progetto Gutenberg, che a pagamento, come Amazon o Google. I risultati della ricerca possono essere ordinati, ad esempio in funzione del prezzo oppure della presenza o meno di DRM oppure del sito di distribuzione. A partire dalla versione 2.0 Calibre dispone di un potente editor di e-book.

Il software è estremamente personalizzabile, attraverso un ricco insieme di preferenze. Inoltre, prevede un meccanismo di estensione delle proprie funzionalità mediante plugin. Tra questi si possono trovare, ad esempio: plugin per stimare il numero di pagine di un libro, per fondere insieme più testi e creare delle antologie, per creare copertine personalizzate, per aggiungere ex-libris, per scaricare informazioni sui libri da siti specializzati oppure per convertire particolari formati disponibili su internet (ad esempio wiki oppure siti di ricette oppure di siti medici) in classici formati e-book.

Per concludere questa breve presentazione è utile menzionare il fatto che Calibre permette anche di effettuare il backup della propria libreria e gestire differenti librerie, fisicamente distinte l’una dall’altra.

Sw proprietario

Applicazioni di lettura Kindle

Si tratta delle applicazioni gratuite di lettura che permettono di accedere ai propri contenuti su Amazon. L’azienda mette infatti a disposizione spazio sui propri server per i contenuti acquistati oppure inviati al proprio servizio di conversione documenti. Amazon offre applicazioni di lettura native gratuite per le piattaforme Mac OS X/iOS, Android, Windows oppure la possibilità di accedere agli stessi contenuti tramite il web. Quest’ultima soluzione in particolare dovrà essere utilizzata dagli utilizzatori di sistemi operativi GNU/Linux. Tutte queste applicazioni sono molto semplici, tuttavia consentono di ricercare nuovi contenuti salvati nel proprio account su Amazon, visualizzarli e ordinarli in cartelle. Inoltre Amazon mette a disposizione la possibilità di consultare i dizionari monolingua di riferimento per cercare il significato delle parole, oppure di effettuare ricerche su Wikipedia oppure traduttore il testo utilizzando Google translate. L’altra comodità di queste applicazioni è quella di poter accedere alla propria libreria virtuale da qualsiasi dispositivo, ritrovando anche le proprie evidenziazioni e segnalibri, così come la sincronizzazione all’ultima pagina letta. La possibilità di catalogare i libri è tuttavia molto limitata: l’unica possibilità è l’organizzazione in cartelle. I contenuti che vengono gestiti da questi programmi sono tutti e soli quelli acquistati su Amazon o inviati alla casella di posta elettronica associata al proprio account su Amazon per essere convertiti in un formato adatto ai lettori Kindle. Questi, infatti, non leggono il formato standard epub ma utilizzano formati proprietari (MOBI, AZW, AZW3).

Adobe Digital Editions

Si tratta di un software proprietario, scaricabile gratuitamente dal sito di Adobe, che permette di visualizzare e-book protetti da DRM, organizzare e ricercare nella libreria e trasferire i contenuti su lettori eReader che supportano la piattaforma Adobe e-book. Inoltre, il software può essere utilizzato anche per effettuare il prestito digitale da diverse biblioteche. Il software gestisce i formati EPUB, EPUB3 e PDF. Purtroppo è disponibile solo per sistemi operativi Mac OS X/iOS, Android e Windows.

IBooks

È l’applicazione di lettura di e-book di Apple, disponibile per iPad dal 2010 e disponibile per Mac a partire da Mac OS 10.8 “Maverick” del sistema operativo. Anche questa permette di sincronizzare i contenuti con iTunes, organizzare i libri in cartelle, aprirli e effettuare ricerche per titolo o all’interno dei libri. Rispetto alle applicazioni di Amazon, iBooks permette all’utente, oltre all’acquisto di libri su iTunes, di inserire nuovi libri in formato EPUB o PDF. Si tratta comunque di un software legato alla piattaforma Apple, quindi disponibile solo per Mac OS X/iOS.

Google libri

Anche Google dispone di uno store per i libri. Molti di questi, attraverso un accordo con le biblioteche, sono disponibili sia in formato epub con DRM che come PDF derivante dallo scan delle pagine della corrispondente copia cartacea. I libri acquistati su Google libri possono essere letti su dispositivi Android come Tablet e SmartPhone, oppure su dispositivi eReader che supportano la piattaforma Adobe e-book, come i Nook. Attraverso Adobe Digital Editions è possibile scaricare sul proprio computer i libri per poterli leggere offline. Infine, connettendosi a https://play.google.com/books è possibile leggere i libri dal browser. A differenza di Amazon che fornisce un servizio di gestione dei contenuti (libri e documenti personali inviati per la conversione) integrato con i dispositivi di lettura Kindle, nel caso di Google libri segnalibri, evidenziazioni e note non vengono sincronizzati nel momento in cui copio il libro su un lettore eReader.

Comparazione e costo

Tutti i programmi citati in questa sezione sono gratuiti, tuttavia Calibre è anche software libero, mentre gli altri tre sono proprietari.

IBooks è strettamente legata alla piattaforma Mac OS X/iOS, questo è uno svantaggio in quanto vincola l’utente a uno specifico sistema operativo, a sua volta legato a uno specifico hardware molto costoso, sebbene di alta qualità.

Google libri, benché disponibile come app nativa sui sistemi Android, permette di accedere alla libreria anche attraverso il web e quindi si apre a tutte le piattaforme.

Analoghe considerazioni valgono per i libri digitali venduti da Amazon. In più, Amazon distribuisce i libri digitali in formati proprietari (MOBI, AZW, AZW3, KFX, …) che non sono tipicamente utilizzabili da altre applicazioni/dispositivi.

In tutti e tre questi casi i beni risiedono nel cloud ovvero sui server dei distributori, benché possano anche essere scaricati in locale per poter essere usati quando si è sconnessi dalla rete. Questo può essere anche un vantaggio in termini di backup e disponibilità attraverso la rete.

Inoltre, in tutti e tre i casi la maggior parte dei libri digitali vengono forniti con DRM e quindi sono soggetti alle restrizioni di cui abbiamo parlato all'inizio, in particolare non potranno essere convertiti in altri formati.

Laddove il DRM sia presente esso va gestito con gli strumenti previsti. Adobe Digital Editions è uno di questi: ha la funzione di gestire i libri protetti con DRM Adobe, regolarne il prestito dalle biblioteche digitali e il trasferimento tra i dispositivi autorizzati. I dispositivi compatibili con questa tipologia di DRM sono però un sottoinsieme di quelli disponibili in commercio. Inoltre lo stesso software Adobe Digital Editions è disponibile solo per Mac OS X/iOS, per Android e per Windows, trascurando completamente la piattaforma GNU/Linux.

Calibre, come abbiamo già spiegato, è una soluzione aperta che permette di gestire i propri libri digitali evitando anche che le nostre preferenze vengano tracciate dalle aziende con l'obiettivo di indurci ad ulteriori acquisti. Calibre permette di gestire agevolmente anche biblioteche molto grandi grazie al ricco insieme di filtri e strumenti di selezione basati sui metadati. Dispone di funzionalità di ricerca di metadati e contenuti in rete, sofisticate funzionalità di editing e ottimi filtri per la conversione degli e-book tra differenti formati. Tuttavia, per la sua natura, Calibre può elaborare soltanto libri che non siano protetti da DRM. L’accessibilità della biblioteca via rete, caratteristica delle tre soluzioni proprietarie esaminate, può, per altro, essere facilmente realizzata spostando la libreria virtuale su una cartella gestita da sistemi quali Dropbox, Google drive, Box, One drive e simili. Attraverso tali servizi la biblioteca potrà essere anche condivisa con altri utenti.

Esigenza: comporre musica (Dario con l'aiuto di Salvatore Livecchi)

MuseScore vs Sibelius o Finale

Esigenza: gestire documenti, fogli di calcolo, presentazioni multimediali

Microsoft Office o LibreOffice

Esigenza: gestire una collezione musicale (Dario)

Clementine o QuodLibet vs Itunes o WindowsMediaPlayer

Esigenza: creare una mappa mentale (Dario)

FreePlane vs SimpleMind

Esigenza: fotoritocco e gestione foto (Dario con l'aiuto di Salvatore Livecchi)

Digikam vs LightRoom

Esigenza: video editing (Dario e Marco(?) con l'aiuto di Salvatore Livecchi)

Kdenlive o OpenShot vs MovieMaker o Windows VideoMaker

Esigenza: usare messaggistica istantanea

Whatsapp o Telegram

Esperienze, storie e altre cose interessanti

Storia 1

Una storia di adozione di software libero nella sfera personale e in ambiente lavorativo da parte di un informatico impiegato in azienda.

Verso la metà degli anni 2000 decisi di imparare a utilizzare il sistema operativo GNU/Linux. Da diversi anni utilizzavo software libero: Firefox, OpenOffice.org (oggi vedi LibreOffice), Thunderbird, JEdit, Eclipse, Java, VLC, ecc. Le motivazioni principali che mi avevano spinto a scegliere questi software erano:

  • la possibilità di utilizzare strumenti che fossero all'avanguardia dal punto di vista tecnologico e potessero essere condivisi con altre persone: sono sempre stato disponibile a condividere le mie conoscenze con altri laddove questo fosse loro utile e richiesto; il fatto di imparare a utilizzare degli strumenti liberi mi permette all'occorrenza di poter insegnare ad altri a usare questi stessi strumenti per risolvere i loro problemi. Contribuire a diffondere un software che cresce grazie al contributo di tutti, permettendo alle persone di collaborare e scambiare le loro conoscenze mi pare una cosa giusta e naturale.
  • Inoltre, i software liberi, grazie alla disponibilità del codice sorgente che permette alle persone di studiarli, adattarli, ricompilarli sono generalmente disponibili per molteplici piattaforme (Windows, Mac OS, Linux), rimuovendo così un ulteriore ostacolo alla collaborazione e costituendo un investimento per il futuro nel momento in cui avessi deciso di spostarmi su un sistema operativo differente.
  • Infine, mi ha sempre affascinato il fatto che di poter contribuire a migliorare il software che utilizzo anche solo attraverso la segnalazione di eventuali anomalie riscontrate o partecipando alle mailing list. Chiunque può contribuire al software libero in funzione delle proprie attitudini: migliorando la documentazione, contribuendo alla traduzione in una lingua che conosce, facendo conoscere il software ad altri.

Conoscevo GNU/Linux per averne letto le caratteristiche e i vantaggi in termini di sicurezza, efficienza, leggerezza, velocità e volevo compiere un ulteriore passo in avanti affidando a un software libero il controllo del mio computer.

Quando si trattò di scegliere la distribuzione con cui iniziare, fui particolarmente attratto da Ubuntu per il significato del concetto della parola della lingua Zulu Ubuntu che può essere tradotto come umanità verso gli altri tuttavia a un livello profondo significa riconoscere che noi inter-siamo: io sono ciò che sono grazie alle persone con cui interagisco, c'è un vincolo di condivisione che ci unisce, cresciamo insieme; per l'enfasi posta sulla comunità, che si traduceva in disponibilità di canali e spirito di supporto; per la derivazione da Debian, una distribuzione creata proprio con lo spirito di condividere la conoscenza, svincolata da logiche industriali; infine per la promessa di semplicità.

Iniziai con il mio personal computer, a casa. Ricordo che nei primi mesi trascorsi un po' di tempo, alla sera, per scoprire come fare tutte le cose che mi servivano e imparare a usare il nuovo ambiente operativo. Con mia sorpresa, in questo periodo scoprii che con il nuovo sistema avevo la possibilità di fare tante cose nuove e belle, che andavano ben oltre le mie aspettative.

Dopo qualche mese ebbi il desiderio di utilizzare il nuovo sistema anche al lavoro. Può essere conveniente in questa fase iniziare con una macchina virtuale o disporre di un ambiente parallelo. Io iniziai portandomi il portatile, su cui avevo installato Ubuntu, e, dato che volevo 'essere seduto' su Linux controllavo il desktop con Windows dal portatile. Avevo trovato un software libero che si installava sui due sistemi e permetteva di usare uno dei due per controllare mouse e tastiera dell'altro, spostando il cursore con continuità da uno schermo all'altro. In breve tempo mi accorsi che riuscivo a svolgere meglio il mio lavoro di sviluppatore/sistemista con la nuova piattaforma: mi potevo collegare più facilmente con altri sistemi, potevo addirittura 'montarli' ovvero farli diventare parte del filesystem della mia macchina, non avevo interferenze e appesantimenti dovuti al sistema antivirus, non più necessario, non mi dovevo più preoccupare della deframmentazione del disco, trovavo più velocemente il software di cui potevo aver bisogno sfruttando i depositi software gestiti dalla distribuzione oppure da terze parti, con la sicurezza di installare software verificato, riuscivo a leggere velocemente tutti i tipi di chiavette usb, avevo un sistema che andava sempre veloce e non appesantiva inutilmente il computer, permettendomi di far girare più agevolmente gli strumenti necessari per sviluppare software, ecc.

Chiesi al mio responsabile se avevo il permesso di sostituire il sistema operativo, spiegandone le ragioni e garantendo che avrei continuato a svolgere regolarmente le mie mansioni. Laddove fosse necessario utilizzare software specifici oppure accedere ad ambienti Active Directory preferii tenere una macchina virtuale Windows, che comunque usavo raramente, quando erano necessarie specifiche funzioni aziendali.

Poco alla volta convinsi il mio gruppo di lavoro, o per lo meno buona parte di esso, a fare lo stesso; anzi, direi meglio che diverse persone del mio gruppo di lavoro si convinsero che effettivamente si riusciva a lavorare meglio in questo modo e, superando il naturale timore del nuovo, mi chiesero di aiutarli a sostituire Windows con Linux anche sui loro PC. Naturalmente, la diffusione di Linux nel nostro gruppo di lavoro portò ulteriori benefici grazie alla possibilità di scambiare esperienze, confrontarsi e apprendere insieme. Diventò più facile integrare diversi strumenti che ci erano necessari per lo sviluppo. Col tempo, arrivammo a standardizzare un ambiente di sviluppo basato su GNU/Linux, giustificandolo con la riduzione dei costi e il beneficio, che è stato riconosciuto sia dai miei superiori che dalle persone con cui ho collaborato, di disporre di un ambiente pronto all'uso, che poteva essere distribuito ai colleghi come ai fornitori esterni e che, a scelta di ciascuno, poteva diventare il sistema nativo oppure essere disponibile dentro una virtual machine.

Partecipando alla mailing list dell'antenato di LibreOffice ho imparato molto in merito ai concetti del software libero. Leggendo i dettagli di rilascio delle nuove versioni ho imparato come vengono gestiti i cambiamenti nei grandi progetti, concetti che poi ho in parte trasferito nel mio lavoro in cui, come coordinatore di un gruppo di sviluppo, mi occupavo anche di change management. Successivamente, iniziai a installare dei server GNU/Linux per far funzionare altri programmi necessari allo sviluppo software: repository dei sorgenti software, strumenti di integrazione continua, repository di librerie e programmi compilati, strumenti per la verifica della qualità del codice, wiki, application server, web server, database, ecc. Oggi mi sono spostato dal settore sviluppo a quello di gestione, dove continuo ad occuparmi della gestione dei rilasci applicativi e ho proposto in azienda l'adozione di strumenti (naturalmente sempre Open Source) che permettono di automatizzare il rilascio delle configurazioni sistemistiche e gestire l'infrastruttura sistemistica come codice (per chi lo conosce, uso Puppet).

Con l'allargamento dell'azienda negli anni da un lato ho dovuto convincere i sistemisti ad adottare la distribuzione che avevo scelto, che man mano trovava sempre più consensi. Dall'altro ho chiesto di essere formato anche sulla distribuzione RedHat/CentOS, che è pure molto usata in azienda e sulla quale non avevo esperienza. Oggi lavoro senza problemi con GNU/Linux da più di 10 anni sia a casa che in ambiente lavorativo dove la mia esperienza nell'ambito del software libero viene riconosciuta. Soprattutto, credo di aver imparato davvero molto grazie a questa scelta che per me è stata sia personalmente che professionalmente vincente. Per questo sono grato allo spirito di condivisione che informa il lavoro di tante persone che aderiscono ai principi del software libero e spero di riuscire, nel corso della mia vita, a restituire in qualche modo qualcosa alla comunità.

Recentemente sto imparando ad essere un poco più assertivo in merito alla condivisione, anche in ambiente lavorativo, spiegando che questo è il modus operandi se si vuole avere la possibilità di utilizzare determinati strumenti e godere di determinati benefici.

Quando ne ho l'occasione aiuto degli amici che lottano con il loro computer 'che diventa sempre più lento' a rivitalizzarlo e a svolgere le operazioni che hanno bisogno di fare grazie a software liberi versatili, all'avanguardia, sicuri e legali.

Come è accaduto a moltissimi altri, il software libero mi ha altresì permesso di incontrare idee e persone bellissime.


LibreUmbria

La Regione Umbria è stata la prima tra le Pubbliche Amministrazioni Italiane a muoversi, iniziando un progetto di migrazione molto complesso che è partito dai dipendenti della Provincia di Perugia e coinvolgerà nel corso di un triennio l'Azienda Sanitaria Locale e la stessa regione, passando anche per le scuole. Il progetto - battezzato LibreUmbria - è cominciato nella primavera del 2012, e dopo una serie di riunioni durante l'estate è passato a una fase operativa nel mese di novembre con il corso di formazione per il gruppo dei formatori e dei tecnici per il supporto degli utenti. La mossa decisiva, in ogni caso, è stata quella della creazione di un sito che è diventato il fulcro della comunicazione, ed è stato alimentato con tutti i documenti relativi al progetto stesso. In questo modo, la resistenza al cambiamento, che si è rivelato lo scoglio più difficile da superare nel caso delle migrazioni – i principali problemi, infatti, sono di carattere psicologico e non tecnico – è stato affrontato prima ancora che nascesse.

Oggi, i dipendenti della Provincia di Perugia chiedono di passare a LibreOffice sulla scorta dell'esperienza dei loro colleghi, che danno un giudizio molto positivo della suite di produttività, con la quale riescono a fare più cose e in modo più rapido ed efficiente rispetto al passato.

Un esempio di come la seconda libertà del software libero (“Libertà di studiare come funziona il programma e modificarlo in modo da adattarlo alle proprie necessità”) abbia permesso di migliorare la vita quotidiana degli utilizzatori è stato lo sviluppo di una macro per la firma digitale dei documenti con il software Dike (Digital Key) distribuito da Infocert S.p.A. La macro, sviluppata nell'ambito del progetto LibreUmbria e resa disponibile come estensione liberamente scaricabile dal portale LibreOffice Extensions, semplifica il workflow necessario per esportare in pdf, firmare e rendere disponibile all'utente il documento nel formato p7m.

Sotto il profilo dei costi, la migrazione a LibreOffice della Provincia di Perugia si è tradotta in un risparmio di circa 228.000 euro, ovvero la differenza tra la cifra di 284.000 euro, necessari per l'aggiornamento delle licenze di Microsoft Office alla versione 2013, e quella di 56.000 euro investiti nelle attività di formazione e nella preparazione dei tecnici per il supporto [10].

La storia e le esperienze scaturite sono raccolte in una pubblicazione digitale a cui hanno contribuito diversi partecipanti al progetto.

Il progetto si è articolato in 6 fasi, che sono state in seguito consolidate nel documento di migrazione reso disponibile da TDF [11] (in italiano ben spiegato qui):

  1. analizzare: per facilitare l'analisi della situazione preesistente la migrazione in altre realtà il progetto ha reso disponibili i moduli utilizzati per raccogliere informazioni su modelli, macro, interazioni con altri software, esigenze degli utenti
  2. comunicare: con tutti i soggetti coinvolti nella migrazione, utenti ma anche manager; spiegando le modalità di attuazione del progetto, i tempi e le persone coinvolte, evidenziando i vantaggi di tale operazione in termini di qualità ed efficienza nel lavoro; motivando le persone. Il protocollo di migrazione della TDF suggerisce di strutturare il piano di comunicazione tenendo conto delle diverse tipologie di persone, raggruppate in base alla loro predisposizione al cambiamento: innovatori, early adopter (sono i tipici opninion leader), early majority, late majority e conservatori: per gestire bene il cambiamento è molto importante comprendere la dinamica che esiste tra questi gruppi e creare un piano di comunicazione che prima di concentrarsi sugli scettici e i critici ottenga il consenso dei suoi alleati naturali.
  3. formare: possibilmente costituendo un gruppo di formatori interni tra gli utenti 'avanzati' che diventano così a loro volta promotori del cambiamento e contribuiscono ad assicurare agli altri assistenza nella fase post-migrazione; inoltre un formatore interno, conoscendo la realtà dell'Ente, è in grado di sviluppare la propria lezione in base alle esigenze lavorative specifiche dei colleghi, tenendo più alta l'attenzione della classe e migliorando il rapporto di fiducia con l'utente finale
  4. installare: ad opera di un gruppo di tecnici preparati, garantendo: uniformità delle installazioni e della configurazione del software (in particolare le impostazioni relative al formato di salvataggio dei file e l'uso della directory predefinita per i salvataggi e per i modelli). Sono fortemente consigliate modalità di installazione e aggiornamento centralizzato mediante applicazione di policy di rete. L'installazione deve avvenire solo dopo aver formato l'utente!
  5. assistere: attraverso un modello di supporto strutturato all'interno dei singoli enti coinvolti, formato da:
    1. referenti del sistema informativo dell'Ente, con attività di supervisione circa l'andamento della migrazione;
    2. utenti addetti all'assistenza tecnica (opportunamente formati);
    3. utenti appartenenti al gruppo di lavoro operativo dell'Ente;
    4. utenti tecnologicamente avanzati, che potranno fornire un primo supporto ai colleghi, nell'ambito delle proprie unità organizzative di appartenenza
  6. monitorare e condividere: tenendo sotto controllo in itinere ed ex-post i seguenti indicatori:
    1. percentuale degli utenti migrati (numero utenti migrati/totale utenti)
    2. percentuale di modelli migrati (numero di modelli migrati/totale dei modelli)
    3. eventuali criticità evidenziate, azioni intraprese e soluzioni adottate o in corso di adozione.
I dati rilevati dovranno essere oggetto di attente analisi da parte del gruppo di coordinamento, che potrà apportare tempestive azioni correttive ad eventuali rischi, e resi disponibili pubblicamente sul sito del progetto e sui social network (intranet, sito/blog, pagina Google+, gruppo LinkedIn, ecc.), in maniera tale da condividere con un ampio bacino di utenti i risultati attesi durante tutte le fasi della sua realizzazione. Ciò fa sentire tutti parte di un progetto ben organizzato e non estemporaneo ed è fonte di preziosa motivazione (fattore umano). La motivazione delle persone è una delle migliori garanzie per la riuscita del progetto.


LibreDifesa

Questa storia è ben raccontata qui.


LiMux

All'estero la migrazione più significativa verso sistemi Open Source è forse quella che ha affrontato la Pubblica Amministrazione della città di Monaco di Baviera nel decennio 2003-2013: sono state migrate 15000 postazioni di lavoro coinvolgendo 33000 impiegati, di cui 1000 nello staff IT, e 22 dipartimenti.

Lo svolgimento del progetto e i risultati raggiunti sono ben raccontati in [12].

L'esperienza della città di Monaco è significativa perché ha affrontato una realtà molto complessa, è stata forse la prima migrazione di questa dimensione verso sistemi completamente Open Source e ha coinvolto successive amministrazioni nell'arco temporale di una decade. Nel 2002 la comunità Open Source era molto differente da quella che troviamo oggi e non erano disponibili soluzioni confrontabili di livello enterprise. La decisione di migrare tutti i desktop da Windows a Linux implicava la necessità di migrare il software di produttività da MS Office a LibreOffice e adottare il formato libero ODF.

Nel 2004, di fronte ad alcune obiezioni riguardo al rischio che il progetto potesse violare una serie di brevetti nel caso l'Unione Europea avesse approvato la legge sui brevetti software, ci fu una sospensione e venne commissionato uno studio legale. Lo studio venne condotto da Bernhard Frohwitter, un noto esperto di proprietà intellettuale, insieme ad altri componenti degli studi legali di Monaco. Le conclusioni dello studio sono servite a spianare la strada a molti altri progetti di questo tipo poiché, in estrema sintesi, dicono che i brevetti software costituiscono un basso fattore di rischio per i progetti Open Source.

Nel 2002 il quadro IT dei sistemi della città di Monaco era molto eterogeneo. Più di 16000 utenti lavoravano con Microsoft NT e varie versioni di Microsoft Office. Esistevano 340 processi amministrativi specifici, la metà dei quali basata su mainframe. Inoltre sui vari desktop erano installati più di 300 prodotti software diversi. I servizi di condivisione di file erano in parte basati su Netware e in parte specifici dei domini NT.

Il progetto originariamente scelse Debian come distribuzione Linux da cui derivare la personalizzazione desiderata, per la sua indipendenza da specifiche aziende. Successivamente si decise di passare a Ubuntu per usufruire di rilasci e di un ciclo di supporto prevedibili e di una selezione più aggiornata di pacchetti software. Inoltre, Ubuntu supportava hardware più recente. Come desktop venne scelto KDE per la sua qualità e l'aspetto classico, con il software disponibile a partire dal tipico menù. Il software a corredo è ormai uno standard su tutte le piattaforme: browser web Firefox, client di posta Thunderbird, elaborazione di immagini con GIMP, lettore di PDF Acrobat/Adobe e OpenOffice, successivamente LibreOffice. Per la gestione di template, macro, form e documenti venne sviluppato un software centralizzato, noto come WollMux.

Una grossa parte di lavoro fu necessaria per migrare verso una suite di ufficio libera. Infatti, quando si iniziò a analizzare la situazione esistente vennero scoperte via via interazioni tra Microsoft Office e software specifici di cui nessuno ricordava chi li avesse programmati e se fosse disponibile una descrizione del loro funzionamento. Il team arrivò a identificare 21000 template e 6000 macro sui 22 dipartimenti. Questi erano stati programmati in un arco temporale di diversi anni, in differenti linguaggi di programmazione, da persone diverse con competenze differenti. Molto spesso gli sviluppatori originali non erano più disponibili.

Il team fu obbligato a sistematizzare e consolidare il tutto, lavorando con l'obiettivo di ridurre gli oggetti di office automation e centralizzare i processi ove possibile. Alla fine del lavoro si arrivò ad avere 12000 template, 38 nuovi processi web based e 30 macro organizzate in un repository centralizzato, sottoposte a controllo di qualità, testate e documentate. L'obiettivo venne raggiunto attraverso l'adozione di un percorso in sei passi:

  1. identificare e contare gli oggetti di office automation da migrare: macro, template e form
  2. eliminare i doppioni
  3. migrare gli oggetti restanti al nuovo software di produttività. In questa fase fu considerato cruciale per il successo della migrazione il feedback ottenuto da coloro che lavoravano quotidianamente con i flussi documentali e impostare un controllo di qualità indipendente.
  4. Venne scelta una strategia di migrazione 'soft', sostituendo in tempi diversi il software d'ufficio e il sistema operativo;
  5. inoltre, venne individuato come fattore chiave di successo sia da un punto di vista tecnologico che sociale e motivazionale la relazione diretta con gli impiegati che usavano i nuovi desktop. Si stabilì quindi di seguire una strategia a 'palla di neve' che permettesse di convincere i dipendenti scettici: venne identificato un piccolo ufficio con un workflow chiaro, unidimensionale e pochi processi amministrativi.
  6. I nuovi desktop vennero quindi installati in blocchi separati. Prima l'ufficio identificato e successivamente gli altri uffici con workflow simili. I primi impiegati a utilizzare i nuovi sistemi divennero così delle 'cellule germinali' per la raccolta di esperienze ed esempio (possibilmente positivo) per gli altri colleghi. L'obiettivo era far crescere la migrazione come una palla di neve, in tal modo creando via via maggiore consenso.

La strategia a palla di neve ricorda le considerazioni sulle differenti tipologie di utente e sul loro impatto nel cambiamento menzionate nel documento di migrazione della TDF [13] e l'importanza del fattore umano nella riuscita di un progetto di migrazione.

Benché i processi al contorno della migrazione (la revisione del sistema di approvvigionamento, il training necessario per il personale di supporto e per gli impiegati, la necessità di sistematizzare l'intero ambito IT e supervisionare la migrazione) abbiano richiesto più tempo di quanto inizialmente stimato (la previsione iniziale era terminare nel 2008, poi esteso al 2011 e infine l'obiettivo fu raggiunto solo nel 2013) Peter Hofmann, leader del progetto, dichiara che venne fatta una scelta consapevole di standardizzare i processi per cogliere l'infrastruttura e i requisiti necessari a ogni dipartimento, nonché per le fasi di test e gestione delle release a discapito di aggiungere alcuni anni alla data di completamento del progetto. In qualche modo la natura del progetto è cambiata nel tempo: non si trattava più soltanto di migrare dei desktop ma di sistematizzare l'intera infrastruttura IT e il modo in cui era gestita, secondo il motto del progetto: “Quality over time”. Sempre secondo Hofmann il ritmo di migrazione lento ma costante, in parallelo con lo sviluppo del client LiMux, è una delle ragioni per cui il progetto è rimasto all'interno del budget.

Oggi il progetto consiste di quattro componenti tecniche principali:

  • un client Linux con sistemi di automated deployment e configuration management
  • software di ufficio adattato per il lavoro in team
  • un gestore di template e form (WollMux)
  • le componenti server necessarie ai primi tre item.

Scegliendo di passare a Limux e LibreOffice è stato possibile prolungare il ciclo di vita dei vecchi PC rispetto a quanto sarebbe stato possibile se si fosse migrato a versioni recenti di Microsoft Office e Windows 7 con un risparmio considerevole.

Nonostante l'amministrazione dichiari di aver risparmiato più di 10 milioni di euro con la migrazione all'Open Source, il costo non è mai stato la motivazione primaria del progetto, anche perché questo dato si presta a essere calcolato in modi differenti da analisi differenti e – osserva Hofmann – è stato la causa del fallimento di molti progetti nel momento in cui l'organizzazione ha avuto a disposizione un budget maggiore o qualche analista abbia dichiarato che i “costi erano sbagliati”. Invece la motivazione primaria della città di Monaco è stata diventare indipendenti e acquisire il pieno governo dell'infrastruttura IT.

La municipalità ha realizzato:

  • un livello straordinario di indipendenza dai fornitori
  • indipendenza nel sistema operativo
  • pieno uso degli standard come pratica abituale
  • un livello molto elevato di sicurezza IT
  • nessuna interruzione di servizi e processi su un periodo di migrazione di diversi anni
  • LibreOffice installato su più di 15.000 desktop, incluse alcune macchine Windows
  • i cosiddetti office objects sono stati ridotti del 40% (di cui le macro ridotte al 20% della quantità originaria) e sono stati tutti consolidati in soluzioni web gestite dal software Wollmux
  • sono stati introdotti con successo organizzazione, project management, testing, release e configuration management, automazione dei rilasci e delle installazioni, servizi centralizzati.

[WollMux, estensione per semplificare la gestione di template, è rilasciato come software Open Source in modo che altre pubbliche amministrazioni e aziende lo possano utilizzare. Lo stesso dicasi del client LiMux.

Nel rapporto finale i responsabili del progetto evidenziano 8 punti che sono cruciali per migrazioni di questa portata; li riassumiamo nel seguito:

  • Supporto politico. È fondamentale per riuscire a fronteggiare le lobby e gestire i conflitti senza arrivare alla cancellazione del progetto.
  • La migrazione è un lungo processo e non si fa in un sol colpo.
  • Lo staff è importante. La motivazione è cruciale sia per lo staff IT che per gli utenti e necessita attenzione e organizzazione. Le persone coinvolte devono avere la sensazione che il progetto intende migliorare e facilitare il loro lavoro quotidiano.
  • Rispettare tutti i livelli organizzativi. I leader a tutti i livelli sono importanti per la riuscita del progetto poiché hanno un impatto sulla motivazione degli utenti prima e durante la migrazione.
  • Non sempre si può pianificare in anticipo, specie in progetti come questo. I primi passi devono essere contare, identificare e strutturare il paesaggio IT esistente. Nel caso della città di Monaco, per la prima volta gli amministratori potevano conoscere esattamente per ogni programma in esecuzione dove girava, chi lo aveva realizzato, quando e perché, non per una questione di controllo ma per ragioni organizzative e di assicurare la qualità.
  • Attenzione alle situazioni eterogenee da un punto di vista IT. Sono molto più complesse in termini di amministrazione e migrazione.
  • La gestione professionale di requisiti, test, rilasci e gestione delle patch è fondamentale.
  • Mantenere lo staff motivato è un fattore chiave.

Un'altra caratteristica importante del progetto è la scelta di gestire il supporto al client LiMux collaborando attivamente con le comunità che supportano Ubuntu, KDE, LibreOffice. Questa modalità viene riconosciuta come efficace per influenzare lo sviluppo del software e risolvere eventuali problemi specifici.


Motivazioni che spingono varie persone a scegliere software libero

Libertà. 
Intese come le quattro famose. 
	-- Carlo Piana
%
Open source open mind.
Curiosità, ribellione,
Il dono nella sua versione più nobile,
Apertura mentale
Unità
Umiltà
Comunità
	-- Giordano Alborghetti
%
Il software libero può essere studiato, quindi, le comunità possono rilevare e risolvere problemi di sicurezza e bachi; usando software a codice "chiuso" non si sa cosa accade ai nostri dati, solo lo sviluppatore conosce gli algoritmi. Io non sono in grado di rilevare "magagne" nel software, sapere che esistono gruppi di programmatori, residenti in varie zone del pianeta, in grado di farlo, mi dà sicurezza.
	-- Emilio Russo
%
A mio avviso il motivo è "Darwiniano". Il software aperto ha maggiori possibilità di evolvere perché il suo ambiente è molto più esteso rispetto al software chiuso. Chiunque può partecipare ad un software aperto, solo una minoranza può invece partecipare ad un software chiuso. Le idee e le soluzioni sono molte di più in un ambiente aperto.
	-- Oreste Parlatano
%
Nella PA: libertà dai monopoli
	-- Flavia Marzano
%
Il software libero risolve le esigenze dell'utente, non quelle del produttore…
	-- Emanuele De Grandi
%
Il motivo fondamentale è la possibilità di collaborare per migliorare. La libertà, come diceva Gaber, è partecipazione.
	-- Rocco Camera
%
TRASPARENZA del software libero, posso vedere tutto quello che fa.
Al contrario, il software proprietario è come una scatola chiusa, può fare tutt'altro di quello che dice il proprietario
	-- Kastriot Ileshi
%
Secondo me se si parla di libertà del software pochi capiscono ma c'è un
parallelo facile da capire: la stampa libera.

* Un giornale è libero se non ha padroni o se ne ha molti ma nessuno
  preponderante...

* Un giornale libero spesso non è gratuito: la libertà si paga ma si paga
  il giusto prezzo. I giornalisti devono pure campare ma qualcuno può
  scrivere articoli anche solo per il piacere di farsi leggere...

* Un giornale libero ha concorrenza che è solo meritocratica: vieni letto
  se produci qualità, visto che non c'è nessun obbligo né monopolio
  pubblico o privato.

* Un giornale è libero se è trasparente e quindi se le decisioni editoriali
  sono chiare e non dettate dall'agenda politica o economica del monopolista
  padrone del giornale...

* Un giornale è libero se tutti possono contribuire e se i contributi vengono
  pubblicati con una selezione di qualità e non legata a qualche sponsor
  economico che detta la linea editoriale...

Ecco, a parte gli standard aperti molte cose relative alla stampa libera
sono facilmente associabili al software libero e alle società, economiche
e/o associative, che vi stanno dietro, vedi TDF.

	-- Marco Ciampa
%
Ciò che produco con il Software Libero è davvero MIO e rimango libero di
farne quello che mi pare.
	-- Giuseppe Vizziello
%
Uso software libero perché mi da la possibilità di scegliere, sempre e consapevolmente.
Mi da anche la possibilità di scegliere software proprietario se lo voglio.
A volte quanto lo dico mi viene risposto, non a torto, che scegliere è anche un onere in alcune situazioni, ma in questi casi le comunità di utenti di software libero hanno fatto scuola nel capire come scegliere anche le persone (che poi magari scelgono il software per noi).
	-- Marco Giorgetti
%
L'energia che impiego per imparare a usare il software libero è un investimento per il futuro e va a beneficio di tutti, potendo il software essere condiviso.
	-- Dario Sestero
%
Il software libero è come l'acqua potabile che esce dai nostri rubinetti: se è
buono (ce n'è di ottimo), perché dovrei comprare il software in bottiglia? :)
	-- Marco Alici
%
L'apertura del codice e la possibilità di conoscerlo a fondo garantiscono la sicurezza individuale di chi usa quel software meglio di ogni segreto industriale detenuto dal Pulcinella di turno.
È come giocare a carte scoperte: vince chi gioca meglio e non chi ha culo!
	-- Diego Maniacco
%
Chi ama la libertà e conosce la competenza sa che la condivisione è una ricchezza per tutti, prima di tutto per chi la offre. Mi è capitato di conoscere, anche nella scuola, molti "esperti" di software proprietario: si vantavano parecchio, ma erano soltanto capaci di approfittare dell'ignoranza altrui, e invece di aprire le menti, prima di tutto la propria, a nuove conoscenze, imponevano agli sventurati che li devono sopportare i loro limiti come se lì si ponessero davvero i confini della conoscenza: Io amo definirli fondamentalisti del software, nonché esperti della castrazione intellettuale!
	-- Enzo Sceresini
%
Uso software libero perché c'è gente bellissima  :)
	-- Massimo Ciccola
%
Me lo cucio addosso come mi pare!
	-- Gabriele Ponzo
%
Perché è figo!
	-- Emanuele Vezzaro
%
Il software libero è per chi ama la libertà, anche quella digitale...
Solo nella consapevolezza e nella libertà ci può essere crescita, emancipazione, evoluzione.
	-- Maurizio
%
Sicurezza, la possibilita di vedere il codice e quindi controllarlo.
Snellezza del codice ... non ci sono ester eggs che lo appesantiscono.
	-- Matteo
%
Come l'uomo può essere definito animale sociale, il software libero lo si può definire software "sociale" perché il suo utilizzo (e più in generale la conoscenza) favorisce la condivisione con la logica della "comunità".
	-- Marco Rufinelli
%
Mi piacerebbe cambiare il tipo di comunicazione per cui libero=gratis=economico=roba da poco.
Il software libero oggi ha raggiunto degli standard uguali o superiori al software proprietario, sia in funzionalità, che in usabilità, che in bellezza..

Ci vuole un messaggio che arrivi alle persone "ignoranti", e parlare di libertà di modificare il codice sorgente, penso sia troppo specialistico per essere capito dai più, anche se è comunque una delle motivazioni fondamentali.

Il software è libero perchè ci sono persone che pensano che la libertà sia un valore etico e non un valore puramente economico.
	-- Giambattista Ducoli
%
Alcune citazioni, che calzano sul FOSS (a patto che si accetti il fatto che poter leggere e sperimentare significa poter pensare, istruirsi e formarsi).

"La mente è come il paracadute. Funziona solo se si apre" (Albert Einstein)

"L'istruzione e la formazione sono le armi più potenti per cambiare il mondo" (Nelson Mandela)

"Se pensate che l'istruzione sia costosa, provate l'ignoranza" (Derek Bok)

	-- Diego Maniacco
%
Per lo stesso motivo per cui migliaia di persone hanno cominciato a contribuire a Wikipedia: se vedo un refuso, voglio correggerlo!

Come da famosa citazione: Non so cosa fare né dove andare [quando Wikipedia è down]. Il mondo esterno mi sembra così poco //editabile//. (Ilya)

	-- Federico Leva (Nemo)
%

Bibliografia ragionata per approfondire

Richard M. Stallman, "Free Software, Free Society. Selected Essays of Richard M. Stallman" third edition, 2015
Testo fondamentale per conoscere dalla fonte il pensiero dell'uomo che ha creato il movimento del software libero e ha cambiato la modalità di sviluppare e gestire il software. Stallman spiega cos'è il software libero ma soprattutto trasmette messaggi forti e chiari sulle motivazioni per cui il software deve poter essere studiato, adattato e ridistribuito se si vuol vivere in una società libera e solidale.
Intervento di Sonia Montegiove a TedxAssisi
Sonia, presidente dell'associazione LibreItalia, parla a TedxAssisi sul valore della condivisione e del ritorno alla semplicità. Il suo intervento racconta proprio l'idea di comunità del software libero in quanto luogo privilegiato in cui sia possibile condividere le esperienze, confrontarsi e far circolare la conoscenza, così come hanno fatto per secoli i nostri antenati nei paesi e nella cultura contadina.
Sonia Montegiove lavora alla provincia di Perugia dove si occupa di analisi, progettazione e formazione. Ha fatto parte del gruppo di coordinamento del progetto LibreUmbria e partecipa al progetto LibreDifesa; iscritta all'albo dei giornalisti, collabora con testate cartacee di informazione locale e con quotidiani on line, è responsabile editoriale portale di informazione TechEconomy.
Lezione di Italo Vignoli sul software libero
Si tratta della prima videolezione del percorso che Didasca e LibreItalia hanno organizzato per formare formatori su LibreOffice a inizio 2016. Italo spiega il modello di business che sta alla base del software libero, ne descrive alcune caratteristiche e parlando di LibreOffice affronta l'argomento dei formati standard per i dati.
Italo Vignoli è responsabile di marketing e comunicazione di TDF di cui è uno dei soci fondatori. Attualmente è membro del board dei direttori di OSI.